Mapuche
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23 Novembre 2007
La lotta dei mapuche entra in una nuova fase.
Raúl Zibechi

Prigionieri Politici Mapuche.

Prigionieri Politici Mapuche.

Un lungo sciopero della fame di cinque prigionieri politici mapuche, circondato da un’importante rete di solidarietà, sembra mostrare quanto sia cresciuta la lunga lotta di un popolo per recuperare le proprie terre e il controllo del suo territorio. «Denunciamo che il Cile è l’unico paese dell’America latina dove vengono imprigionati e perseguitati i membri di un popolo indigeno che lotta per i suoi diritti», segnala la Lettera aperta inviata dai cinque prigionieri, in sciopero della fame dal 10 ottobre nel carcere di Angol.

Patricia Troncoso, Jaime Marileo, José Huenchunao e Hector Llaiutul hanno assunto su di sé il compito di rappresentare tutti i diciotto prigionieri politici mapuche detenuti in
diverse carceri cilene e hanno lanciato uno sciopero della fame a durata indefinita con due obiettivi essenziali: la libertà di tutti i i prigionieri, che si definiscono «detenuti politici» e non «terroristi», come invece li definisce il governo della socialista Michelle Bachelet, e la smilitarizzazione del territorio mapuche, con la fine della repressione
contro le comunità indigene mobilitati per difendere i propri diritti politici e territoriali.

I prigionieri si considerano ostaggi dello stato cileno e hanno denunciato la grande quantità di carabineros che sono stati schierati nelle zone di Lleu Lleu, Ercilla, Vilcon, Chol Chol, Traigen e nell’Alto Bio Bio. In questa congiuntura, la repressione non riesce a isolare la lotta dei mapuche. Nelle città di Temuco e Valdivia, nel sud del Cile, sono state organizzate manifestazioni e azioni di solidarietà con i prigionieri, così come nella capitale Santiago, e anche in diversi paesi europei ci sono state molte giornate di sostegno alla protesta mapuche. Il 12 novembre una delegazione di parlamentari venezuelani ha visitato il carcere di Angol e ha manifestato la propria preoccupazione per lo stato di salute dei prigionieri, che hanno perso tra i quindici e i venti chili di peso.

La Coordinadora andina de organizaciones indigenas [Caoi] ha mandato una lettera alla presidente Bachelet, attraverso il suo coordinatore Miguel Palacon, per chiedere di aprire un dialogo con le autorità del popolo mapuche.

Finora il governo cileno ha mostrato una totale indifferenza, ma il 19 novembre la Gendarmeria ha inoltrato un ricorso per chiedere di intervenire nello sciopero della fame e internare i prigionieri in qualche centro di assistenza medica, nel caso la loro salute dovesse peggiorare ancora. Il 21 novembre, familiari e amici dei prigionieri hanno iniziato
uno sciopero della fame di sostegno, nella cattedrale di Canete. In un comunicato, i diginunanti ricordano che con i governi della Concertacion [la coalizione che ha guidato la transione del Cile dalla dittatura di Pinochet, e che dal 1990 governa il paese] sono stati processati 400 mapuche in base alla Legge di sicurezza nazionale e alla Legge antiterrorismo, dato che lo stato cileno considera terrorismo la resistenza dei mapuche per le proprie terre.

Secondo lo storico Victor Toledo Llancaqueo, l’attuale movimento mapuche, emerso a partire dagli anni ottanta, negli ultimi anni della dittatura di Augusto Pinochet, ha visto almeno tre grandi cicli di mobilitazioni per i diritti indigeni. Il primo, durante la dittatura, aveva per obiettivo la difesa delle terre comunitarie dalle leggi che ne imponevano il
frazionamento. Poi, nel 1989, all’inizio della transizione alla democrazia venne firmato l’accordo di Nueva Imperial, con il quale la Concertacion si impegnava a scrivere una nuova legge indigena e in cambio i mapuche avrebbero interrotto le proteste. Molti temevano, scrive Toledo, che si sarebbe ripetuto il processo di massicce occupazioni delle terre avvenuto durante gli anni del governo di Salvador Allende, dal 1970 al 1973. In risposta alla cooptazione che questo accordo sottintendeva, nacque nel 1990 il Congreso de todas la tierras che chiedeva autonomia e partecipazione politica e portò a termine alcune occupazioni simboliche di terre. Nel 1992, il governo arrestò 70 mapuche e li accusò di essere dei criminali, e i giudici processarono 144 mapuche per usurpazione di proprietà e associazione illecita. Il processo fu considerato un’aberrazione giuridica, per la mole di vizi di forma e di sostanza.

Attorno al 1997 si aprì un nuovo ciclo di lotta, a causa dell’esplosione di molti conflitti relativi alle attività delle imprese forestali e ai progetti energetici. Lo stato, alleato senza condizioni alle imprese, vede crollare tutta la sua politica indigena, dato che le due organizzazioni statali di assistenza [la Corporacion nacional de desarrollo indigena e il Fondo per le terre e le acque indigene] collassano perché si dimostrano incapaci di rispondere alle richieste delle comunità. Senza una politica e senza voler concedere diritti, il governo decide di aumentare la repressione.

Il caso di Ralco 1997, un megaprogetto energetico in terre mapuche sull’alto corso del fiume Bio Bio, costituisce uno spartiacque, poiché il governo decise di violare la legge pur di mandarlo avanti. «La muraglia di Ralco ha alzato una frontiera politica tra i mapuche e lo stato», dice Toledo. In quello stesso anno, il caso di Lumaco, due milioni di ettari di piantagioni forestali artificiali e un in impianto per la produzione di cellulosa, è diventato un’altra enclave capace di trasformare la geografia e il potere nel sud del paese, alterando l’ambiente e impoverendo la regione.

Costretto alla mobilitazione a causa della chiusura delle vie legali per il popolo mapuche, il movimento si è rafforzato e ha attivato iniziative culturali, artistiche e di creazione di propri mezzi di comunicazione. Nacquero nuove organizzazioni territoriali, come la
Coordinadora Arauco-Malleco e l’Associazione Nankucheo, di Lumaco. Grazie alle mobilitazioni, sono state recuperate terre, al punto che i fondi statali per comprare le terre per le comunità sono passati dai cinque milioni di dollari del 1995 ai 30 del 2001, durante il governo di Ricardo Lagos. La risposta a questa nuova ondata di mobilitazioni è stata, ancora una volta, la criminalizzazione della protesta. Negli anni 2000 e 2001
sono stati celebrati processi davanti ai giudici militari, fino a che, alla fine del 2001, lo stato non ha iniziato ad applicare la legge 18314 o Legge antiterrorismo, approvata nel quadro del clima generato dagli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati uniti. Il lavoro di repressione, da allora, si è combinato con l’intelligence e con la cooptazione degli intellettuali indigeni. Tra il novembre del 2001 e l’ottobre del 2003, sono stati processati 209 mapuche, solo nella regione dell’Araucania, mentre centinaia di altri sono stati arrestati durante le manifestazioni, picchiati e maltrattati dalla polizia. Secondo Toledo, si tratta di una vera e propria guerra sporca.

A novembre del 2004 i mapuche vinsero un’importante battaglia giuridica su un terreno dove non riuscivano a raccogliere altro che sconfitte. Uno dei pilastri della criminalizzazione della protesta si smonta quando, grazie alla strategia dei difensori legali, si dimostra che «terrorismo» non vuol dire danno alle cose, ma «disprezzo per la vita umana, o mettere in pericolo l’ordine costituzionale». Gli incendi e il lancio di oggetti, che le comunità usano durante le proteste, non possono essere considerati terrorismo. Gli accusati furono assolti.

Con il governo di Michelle Bachelet 2006 le cose non sono cambiate. La repressione si è mantiene in vigore, anche se non viene più applicata la Legge antiterrorismo. Il movimento mapuche è riuscito a evitare la strettoia della criminalizzazione grazie a una forte mobilitazione sociale e all’attivo coinvolgimento del sistema internazionale di difesa dei
diritti umani. Toledo sostiene che in questo modo si è aperta la possibilità di un cambiamento della politica indigena dello stato cileno e di rafforzare la democrazia nel paese.

Ivan Llanquileo, lonko [portavoce] della comunità Juana Millahual, che ha passato due mesi in prigione e che è stato scarcerato il 9 novembre, sostiene che a partire dalle lotte del 1997, si è passati a una nuova tappa della lotta mapuche che consiste «nell’entrare in un terreno, lavorare, difenderlo e in definitiva esercitare un controllo territoriale». Attraverso l’azione diretta, la sua comunità è riuscita a recuperare centinaia di ettari dei diecimila usurpati dai coloni winka [bianchi] e poi caduti nelle mani delle imprese forestali. In questa nuova tappa, non si occupano le terre in modo simbolico, come all’inizio degli anni novanta, ma in modo permanente e per produrre la vita quotidiana
della comunità. Tutto ciò conduce a uno scontro inevitabile con le multinazionali minerarie, energetiche e della carta. Loro stessi, i mapuche, dicono di non avere altra scelta. I mapuche si definiscono come un popolo che resiste per non scomparire. La Coordinadora Arauco-Malleco, che si definisce come anticapitalista, anti-imperialista e libertaria, ha diffuso un comunicato in cui spiega che «ci troviamo in una congiuntura
storica in cui è l’alternativa è tra l’estinzione o la continuità storica, culturale e territoriale, cioè tra la vita e la morte del nostro mondo mapuche».

http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/11961

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