Mapuche
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5 dicembre 2007
LO SCIOPERO DELLA FAME DEI MAPUCHE DETENUTI

E IL SILENZIO DELLO STATO
Per: Osservatorio sui diritti dei popoli indigeni.


Oggi, di fronte alla completa indifferenza delle autorità e dei mezzi di comunicazione nazionali, i detenuti mapuche Florencio Jaime Marileo Saravia, Héctor Laitul Carillanca, Juan Millalen Milla, José Benicio Huenchunao Mariñan e Patricia Roxana Troncoso Robles compiono il loro 56° giorno di sciopero della fame. Per molti di loro si tratta del secondo sciopero della fame intrapreso per richiamare l’attenzione delle autorità dello Stato del Cile sulla violazione dei loro diritti individuali e dei diritti collettivi del loro popolo. Con la loro azione testimoniale, i detenuti mapuche mostrano chiaramente come le suddette autorità abbiano abusato del potere punitivo dello Stato per reprimere le proteste sociali del Popolo Mapuche e annientare le loro organizzazioni incarcerandone i leader.

Come abbiamo più volte ripetuto all’opinione pubblica, i dirigenti succitati scontano una condanna di 10 anni e un giorno, per il presunto reato di “incendio terroristico” nella piantagione forestale di proprietà della Forestal Mininco S.A. Sono stati, inoltre, condannati a pagare un risarcimento di 425 milioni di pesos. Queste condanne sono il risultato dell’applicazione della Legge contro il terrorismo, che ha permesso delle pene durissime e la sospensione delle dovute garanzie processuali per un processo giusto e conforme alla legge.

Con quest’azione, che vede il rimedio penale come l’ultima ratio, i prigionieri sollecitano il governo cileno affinché conceda loro immediatamente la libertà e proceda alla revisione delle cause intentate contro di loro. Chiedono che si dichiari l’inapplicabilità della legge antiterrorismo, in questo contesto, visto che sono convinti che nell’intera vicenda giudiziaria siano mancate le garanzie minime necessarie per un giusto processo. Oltretutto, la legge non può essere applicata ai crimini dei quali sono accusati, che non rientrano nella tipologia penale degli atti terroristici.

Si tratta di situazioni che sono già state analizzate da vari organismi internazionali che si occupano di diritti umani come Human Rights Watch, il Relatore speciale per l’ONU sulla situazione dei diritti umani e sulle libertà fondamentali dei popoli indigeni, Rodolfo Stavaghen, il Comitato ONU sui diritti economici e sociali, Amnesty International, la Federazione Internazionale dei diritti umani e, nel marzo del 2007, anche dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Tutte queste istanze internazionali hanno condannato l’uso delle leggi antiterroristiche per penalizzare la protesta sociale e gli eventuali reati comuni che i mapuche potrebbero aver commesso nel contesto delle loro lotte per la terra. Questi organismi hanno richiamato le autorità affinché, ottemperando agli obblighi internazionali assunti dallo Stato con la firma dei principali trattati riguardanti i diritti umani, cambino questa situazione nel più breve tempo possibile.

In questo senso, è di grande rilevanza la dichiarazione, dello scorso marzo, del Comitato per i diritti umani nella quale manifestava la sua preoccupazione nei confronti “dell’ampia definizione di terrorismo, contenuta nella Legge antiterrorismo 18.314, che ha fatto sì che membri della comunità mapuche siano stati accusati di terrorismo per atti di protesta o di rivendicazione sociale che riguardano la difesa dei loro diritti sulle loro terre”. Per quanto concerne la stessa Legge, il Comitato osserva che le garanzie processuali, in conformità con l’art. 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici di cui il Cile è firmatario, vengono limitate dall’applicazione della legge succitata.

Per affrontare questa situazione il suddetto Comitato raccomanda in maniera vincolante allo Stato cileno di “adottare una definizione più esatta dei reati di terrorismo, in modo da garantire che nessun individuo possa essere criminalizzato per motivi politici, religiosi o ideologici”. Aggiunge che “tale definizione deve limitarsi ai reati che possano essere equiparati alle conseguenze gravi associate con il terrorismo e deve assicurare che vengano rispettate le garanzie processuali indicate dal Patto”. (par. 7)

La situazione constatata e denunciata da questi organismi assume una connotazione ancor più grande in quest’anno che ha visto l’approvazione, con il contributo del voto cileno, della Dichiarazione universale dei diritti dei popoli indigeni da parte delle Nazioni Unite.

L’Osservatorio sui diritti dei popoli indigeni si aggiunge alla condanna internazionale e sostiene che l’applicazione della Legge antiterrorismo contro i dirigenti mapuche- oggi di nuovo in sciopero della fame- non garantisce il diritto dell’uomo ad un giusto processo e, nella prassi, ha causato delle condanne completamente sproporzionate rispetto alle azioni che, in nessuna circostanza, potrebbero essere classificate nel campo circoscritto dei reati di tipo terroristico.

Siamo convinti, come già detto in precedenza, che le loro condanne siano ingiuste e che la loro detenzione sia la drammatica conseguenza della politica, promossa dai governi della Coalizione dei Partiti per la Democrazia, di criminalizzazione della protesta sociale indigena.

Nonostante la presidente Bachelet, durante la sua campagna elettorale, in occasione della riunione a Nueva Imperial con le organizzazioni indigene, si fosse assunta l’impegno di applicare le raccomandazioni del Relatore ONU per i diritti degli indigeni, ciò non è avvenuto. Al contrario, si è continuato a criminalizzare la protesta mapuche, applicando contro i suoi dirigenti la legislazione per delitti comuni, le cui pene sono state aggravate dalle recenti modifiche legali, come nel caso del reato di abigeato o furto di bestiame, e anche tenendo imprigionati i dirigenti indigeni condannati grazie alla legge antiterrorismo.

Un altro esempio di questa politica è che sia continuato inalterato il controllo statale nei territori indigeni, attraverso la realizzazione di megaprogetti estrattivi di risorse naturali in queste terre, senza un adeguato processo consultivo e, molte volte, contro la volontà delle comunità indigene.

Ciò nonostante, la cosa più grave continua ad essere la tolleranza degli abusi delle forze dell’ordine nei confronti delle comunità indigene. Malgrado siano stati più volte denunciati alle autorità, gli abusi sono considerati una prassi abituale che non viene né indagata né tanto meno punita. A ciò si aggiunga l’indolenza delle autorità di fronte ad azioni drastiche, come uno sciopero della fame che dura da 56 giorni.

Per tutto ciò, esortiamo le autorità affinché, coerentemente con le succitate raccomandazioni degli organismi internazionali che si occupano di diritti umani, molte delle quali sono di tipo vincolante per il Cile, rispondano alle richieste dei prigionieri mapuche, considerando la situazione di ingiustizia generata dalle condanne che sono state loro imposte.
Speriamo che ciò avvenga prima che si lamentino perdite di vite umane che inasprirebbero i conflitti che negli ultimi anni, purtroppo, hanno segnato la relazione tra i popoli indigeni, lo Stato e la società cilena.

Osservatorio sui diritti dei popoli indigeni
http://www.observatorio.cl/
http://www.observatorio.cl/contenidos/naveg/historialOpiniones.php

Tradotta e revisionata dall’Associazione Traduttori per la Pace,
(www.traduttoriperlapace.org)

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