Mapuche
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30 gennaio 2008
Bachelet: il "Prodi in gonnella"
Scritto da Angelo D'Addesio.
“Nei due anni che ci restano al governo onoreremo l'impegno per la trasformazione sociale e politica del paese”. E sarà così per Michelle Bachelet che ha potuto pronunciare questa frase in occasione dell’ennesimo rimpasto di governo (il terzo in due anni esatti), unicamente perché, a differenza di Prodi, può contare su una maggioranza parlamentare abbastanza consistente datagli dal sistema presidenziale
cileno e dall’attuale debolezza della destra di Pineda. In ogni caso anche all’interno della Concertacìon, un unione forte ma forzata di democristiani e socialisti che la portò al governo del paese nel gennaio 2006, c’è la sensazione di vivacchiare più che di governare. Le promesse elettorale della Bachelet si sono trasformate subito in un boomerang in un paese come il Cile dove le questioni sociali e storiche erano molto scottanti e la popolazione aveva atteso anni per realizzarle.

Il biglietto da visita è stato la carica contro i senzatetto nel maggio del 2006 da parte delle forze dell’ordine. Fenomeno che si ripeté a giugno, quando migliaia di studenti erano scesi in piazza nella capitale e nelle città principali per manifestare contro il programma di finanziamento alle scuole private, chiedendo invece un incremento dell’impegno statale nelle università abbandonate da 33 anni. Finirono bollati come “castristi” e colpiti a suon di lacrimogeni. E poi via,
acquisti di sottomarini bellici, tensioni al confine con il Perù mai eliminate del tutto, la promessa mai mantenuta dello sbocco al mare per la Bolivia. In due anni, il nulla di fatto se non l’emorragia di consensi, scesi al 20% del paese e di esponenti del partito bruciati nel governo.

Il primo rimpasto è avvenuto dopo il corteo del sindacato di centro-sinistra “Central Unica de Trabajadores”, bloccato con 760 arresti in un sol giorno a Santiago, alla faccia della politica alla Allende. Il secondo grave scossone lo scorso anno, durante il progetto sperimentale Transantiago, il piano di traffico della capitale con
riduzione degli autobus e delle macchine nel centro della città con speranze di riduzione di inquinamento, costato moltissimo alle casse dello Stato e bocciato dal Parlamento oltre che dai pendolari desolati per le lunghe attese nelle immense periferie di Santiago. Nemmeno il tempo di addossare le responsabilità del progetto a chi lo avrebbe creato, ovvero l’ex presidente Lagos, che Michelle Bachelet si è trovata di fronte l’immane contestazione di migliaia di Mapuche residenti in Cile (ben seicentomila in tutto), nelle foreste e spostati forzosamente nei sobborghi delle città per favorire le multinazionali interessate a legno e silvicoltura, i quali chiedono a gran voce il riconoscimento dei loro diritti. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la morte di Matias Catrileo, giovane studente indigeno ucciso con una arma d’ordinanza probabilmente dai carabineros cileni.

La protesta ha preso il sopravvento a dicembre quando un gruppo di Mapuche ha fatto irruzione nella cattedrale di Concepcion per sensibilizzare la gente sulla vicenda di Patricia Troncoso, attivista Mapuche condannata a dieci anni (insieme ad altri cinque) per un incendio provocato del Fondo Feluca, uno dei luoghi che gli indigeni
chiedevano come sede delle loro terre ed abitazioni. La Troncoso è tuttora alimentata forzosamente dal governo cileno dopo due mesi di sciopero della fame. Centinaia sono i Mapuche chiusi in prigione per reati contro il patrimonio, puniti ancora con la vecchia Ley Antiterrorista dell’era Pinochet non abolita (altra promessa mancata).
Ad alimentare questo odio verso i Mapuche il serpeggiante razzismo e pregiudizio nel paese, la vicinanza agli indigeni della Chiesa e delle confederazioni di Ecuador e Bolivia e Perù.

Il Cile è l’unico paese sudamericano che non ha compreso nella sua Costituzione l’esistenza di popolazioni indigene nel paese, né ha sottoscritto la convenzione dei diritti dei popoli indigeni dell’Onu. I Mapuche hanno annunciato di voler portare la loro coraggiosa lotta nel panorama internazionale, sebbene poco aiutati dai media nella loro storica questione sociale, etnica ed economica. La Bachelet ha promesso
di risolvere il problema Mapuche, ma nel frattempo ha attuato il terzo rimpasto ed ha subito l’addio al partito di altri cinque deputati e la sostituzione di sei ministri con membri del suo partito. Resterà a galla, ma forse chi ha avuto la sensazione di una somiglianza fra Italia e Cile, potrà pensare bene che c'è un “Prodi in gonnella” che ha fatto perfino peggio.

(Angelo M. D'Addesio)
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