Mapuche
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Martedì, 04 Agosto 2009
Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Araucania è l'inferno
di Simone Petrelli

In Cile il semplice nominare “Hernàn Trizano” evoca più che pallide memorie del tempo che fu. Fa venire letteralmente i brividi. Perchè il suo è un nome ormai tornato ad essere tristemente noto in tutto il Paese sin dagli anni '90. Ufficiale di spicco dell'esercito regolare, si distinse facendo da -truce- protagonista in occasione della cosiddetta ‘pacificazione di Araucanía', un'opera di prevaricazione armata ai danni delle locali popolazioni indigene. Era un uomo tutto d'un pezzo, Trizano. Uno con cui si poteva scherzare ben poco. Uno che ha lasciato dietro di sé un'eredità consistente di rabbia.

Così ancora oggi può accadere di ascoltare il notiziario di un'emittente locale in cui un esponente del movimento che a lui si ispira finisce per dichiarare che persino la dinamite può dire la sua nella neutralizzazione dell'insidia indigena. Va bene tutto. Purchè qui dannati Mapuche tacciano. Ma chi sono i Mapuche? Basta che la finiscano con l'ondata di mobilitazioni per il recupero dei territori tradizionali che dall'inizio di luglio ingombrano il calendario. I Mapuche, insomma, fanno paura. Forse perchè sono parecchi, almeno un milione di persone. Forse perchè insistono nella denuncia dell'eccessivo uso della forza da parte della polizia.

Gli indigeni continuano a rivendicare la terra. Il suolo dell'Araucania che fin dal 1800 è stato loro portato via pezzo dopo pezzo. Espropriato dai privati. O saccheggiato dalle multinazionali. Lo Stato giace in un angolo, inerte. Ed i paramilitari della destra armata cilena tremano. “Se il governo non risolve con prontezza il conflitto, presto faremo sentire la nostra forza che avrà eco in tutto il Cile” ha detto l’esponente del ‘Comando’.

“Lo Stato cileno è impegnato a derubare le ricchezze naturali del nostro paese; inoltre è anche compromesso nel saccheggio delle terre che non gli appartengono per offrirle con leggerezza (previo pagamento) alle grandi compagnie” si legge nel comunicato diffuso nelle ultime ore da fonti vicine alla comunità indigena. La cosa peggiore è che, a conti fatti, le accuse non sono poi così infondate. Il governo cileno sembra aver -ripetutamente- fatto ricorso a metodi piuttosto incresciosi nei confronti di intere comunità.

Più voci insistono su ripetuti episodi di violazione dei diritti umani. Corruzione. Monopolio delle comunicazioni. Paghe da fame. Disoccupazione. Distruzione dell’ambiente aggravata dalla vendita illegale di risorse naturali appartenenti a tutto il paese. Le perle del Paese, insomma, sarebbero state consegnate nelle avide mani dei privati. Ma il Cile è già di per sé un Paese difficile. Con un tasso di alfabetizzazione tra i più bassi del continente latino ed una delle più asimmetriche distribuzioni della ricchezza al mondo. Con un sistema di leggi che ammette e tutela la delazione. Con la corruzione imperante.

Con l’impunità addirittura ostentata per i violatori dei diritti umani (il caso Augusto Pinochet insegna). Con le prigioni Vip riservate ai peggiori truffatori ed ai più sanguinari tra i militari. Il Cile è la terra dei pedinamenti e delle perquisizioni domiciliari nel cuore della notte. Ha organismi semi-segreti che controllano la posta elettronica, la corrispondenza, i telefoni. Non si fa scrupoli ad impiegare videocamere per riprendere i manifestanti. Ricorre massicciamente ad informatori. Nelle visioni dei suoi maggiori oppositori, il Cile arriva ad essere perfino la patria dei torturati, degli assassinii mirati, della truffa e del nepotismo.

Un tempo queste erano solo voci, sussurrate a mezza bocca nei vicoli più oscuri. Oggi non sono in pochi che si scoprono a dar un credito sempre maggiore. Specialmente quando si parla dei Mapuche. C'è un fatto su cui molti si interrogano ancora. Il fatto ha un nome: Alex Lemùn. Comunero di appena 17 anni, Lemún non ha mai visto il 18esimo anno. Perchè è stato assassinato a sangue freddo il 12 novembre 2002. Non in un'imboscata, e nemmeno in una rapina. Non per rabbia, né per amore. E' stato giustiziato con una fucilata in piena testa. Il suo carnefice ha persno un nome. E' il maggiore dei carabinieri Marcos Treuer.

E ad oggi ancora nessuno ha fatto giustizia. Ci sono decine di casi identici al suo. Peggio, in Cile ci sono decine e centinaia di Alex Lemùn che vagano per il Paese in attesa della pallottola finale. E del sicario giunto da lontano, dalla capitale magari, appositamente per loro. Poco fa leggevo un articolo di un giornalista locale, reso recentemente oggetto di minaccia per aver indagato sulla questione dei Mapuche. L'uomo stilava un lungo elenco di fatti delittuosi, con resoconti dettagliati di perquisizioni, arresti arbitrari, abitazioni usate come bersagli per i proiettili della forze dell'ordine.

E chiosava con il poco che gli era rimasto possibile fare. Gridare la rabbia e la disperata solitudine di chi lotta contro i mulini a vento. Il pezzo finiva così: “in questa ricorrenza di sangue rappreso, i giorni si fanno brevi all’ora di contabilizzare tutti coloro che vivono nella paura. Peggio che ai tempi della dittatura, si sentono vociferare parecchie voci ormai stanche della sopraffazione quotidiana.”

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