Mapuche
| home | archivio | benetton | documentazione | contatto |

29 agosto 2007
Anacleto Angelini era stato accusato di aver approfittato delle privatizzazioni di Pinochet.
Scomparso il 'paperone' dei ferraresi nel mondo

AngeliniÈ scomparso a 93 anni un ferrarese illustre che è riuscito a far parlare di sé dall’altra parte dell’oceano. È morto ieri a Santiago del Cile l'imprenditore italiano Anacleto Angelini, uno degli uomini più ricchi d'America latina. Lo riferisce Radio Bio Bio di Santiago del Cile. Angelini era nato a Ferrara il 17 gennaio 1914 ed aveva costruito nella seconda metà del Novecento un vero e proprio impero economico attorno alla holding Copec.

Anacleto Angelini, l’uomo più ricco del Cile, e tra i più ricchi dell’intera America Latina, era stato insignito del Premio Città di Ferrara nel 2003. Nel 2005 è nominato Cavaliere del Lavoro. Emigrato in Cile nel 1948, di cui aveva la cittadinanza ad honorem, con un modesto prestito come unica risorsa, Angelini è stato il classico self-made-man che ha accumulato nella sua lunga vita un patrimonio personale valutato anni fa dalla rivista americana Forbes in 1.100 milioni di dollari.

Anche nel 1993 Angelini era già stato onorato con un premio da parte della Camera di commercio di Ferrara. La decisione era stata però contestata dal Forum per la Pace di Ferrara, secondo il quale "don Cleto", com’era chiamato in Cile, avrebbe acquistato grazie alle privatizzazioni volute da Pinochet terreni appartenenti agli indios Mapuche, i quali ora vedono insidiata la loro identità culturale, mentre lo sfruttamento intensivo delle foreste, con il relativo deterioramento del terreno, è causa della loro povertà.

Figlio e nipote di imprenditori e commercianti di granaglie di Ferrara, a 22 anni cercò di sbarcare il lunario dandosi al commercio e, nello stesso tempo, studiando ingegneria. La prima meta fu nel 1936 l’Abissinia (oggi Etiopia), appena conquistata dal regime fascista. Lì passò il periodo della seconda guerra mondiale: quando tornò, l’Italia era un cumulo di rovine. Un amico gli parlò del Cile e così nel 1948 partì per Santiago. Una scelta diversa, allora, perché la maggior parte degli emigranti italiani che si recavano in America Latina puntavano su Argentina, Brasile e Venezuela.

Nella capitale cilena strinse amicizia con un altro italiano, Antonio Franchini. Mettendo insieme i loro gruzzoli, rilevarono Tajamar, una fabbrica di vernici in bancarotta. Iniziò in quel momento la scalata al successo economico del ferrarese: ancor oggi, in Cile, Tajamar vuol dire vernici. Dalle vernici, e sempre con Franchini, passò all’edilizia. Poi, da solo, puntò sui settori dello sfruttamento delle foreste, delle serrature e dell’agro-industriale. Nel 1956 trovò il primo filone d’oro: con imprenditori cileni rilevò l’Eperva, una fabbrica di farina di pesce. Un nuovo grande successo economico. Sull’onda di quel successo, nella metà degli Anni Settanta "Don Cleto" sbarcò nel colosso petrolifero Copec che, azione dopo azione, tassello dopo tassello, arrivò a controllare al 60 per cento, aprendo o rilevando imprese nei più svariati settori: foreste, industria ittica, finanza, cantieri navali, industria metalmeccanica, elettricità, servizi e miniere (oro e carbone).

In 20 anni, con investimenti di 7.000 milioni di dollari, ha trasformato la Copec nella più grande compagnia privata. Oltre che in campo minerario con lo sfruttamento di giacimenti di oro, argento e rame, la compagnia operava nel settore energetico. Era titolare delle più grandi imprese del Cile distributrici di combustibili e di gas naturale e liquido ed era il maggior gestore di oleodotti. Finanziava progetti quali la Fundación Educacional Arauco e la Fundación “Copec/Universitad Católica de Chile e la Fondazione Giovanni Paolo II.

http://www.estense.com/?module=displaystory&story_id=24918&format=html

http://www.mapuexpress.net/?act=news&id=1906

"Se ne autorizza la riproduzione citando la fonte."