Mapuche
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15 ottobre 2007
Fuori il Cile dal Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU

Le Nazioni Unite escludono il Cile dai membri del Consiglio per i Diritti Umani.
Da:www.ecoportal.net
Per: Alfredo Sequel
Traduzione di: Olindo Ionta
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La situazione dei Diritti Umani dei Popoli Indigeni è uno dei principali ostacoli che deve affrontare lo Stato Cileno. Questo è quanto hanno riferito diverse organizzazioni al Consiglio, dinanzi all’inosservanza dello Stato di una serie di raccomandazioni che negli ultimi anni diversi Comitati e Commissioni hanno formulato al Cile per le violazioni dei diritti umani degli indigeni.

La mancata ratifica della Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le raccomandazioni dei Comitati per i Diritti dei Bambini, il DESC [Diritti Economici, Sociali e Culturali], i Diritti Umani sul patto dei Diritti Civili e Politici. La recente comunicazione del Comitato di Eliminazione delle Discriminazioni Razziali delle Nazioni Unite per razzismo socio-ambientale. Le raccomandazioni del rappresentante dell’ONU, diversi casi giunti alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) sono alcuni dei precedenti che hanno determinato questa esclusione. La Bachelet si difende davanti alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Il Cile staziona in una situazione impresentabile di violazione dei Diritti Umani dei Popoli Indigeni. Come ha recentemente dichiarato il Consiglio Aymara presso il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU dove si accusa lo stato cileno. “Il Cile si trova molto al di sotto di ciò che significa rispettare i diritti umani, specialmente circa le osservazioni in materia di giustizia, terra, sviluppo, e ancor di più nella sua legislazione, mosse dal Comitato dei Diritti Economici, Sociali e Culturali, dal Comitato per i Diritti dei Bambini e dal Comitato dei Diritti Umani” segnala l’organizzazione indigena in una delle sue lettere.

Anche la Comunita Mapuche/Huilliche “Pepiukëlen” ha adottato una posizione simile attraverso del suo werkén-portavoce Francisco Vera Millaquén che ha segnalato che “Il Cile non viene ammesso oggi a far parte del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU principalmente perché i Governi della Concertazione non hanno rispettato questi diritti nel proprio paese. Per noi Mapuche/Huilliche c’è una doppia spiegazione: primo perché non sono stati rispettati i Diritti dei Popoli Indigeni e secondo perché non sono state rispettate le raccomandazioni del Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite Rodolfo Stavenhagen né quelle dei distinti Comitati su questi temi” ha dichiarato il werkén.

Alcuni casi denunciati dinanzi alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani.
Occorre ricordare che la Comunità Pepiukelén ha portato in giudizio dinanzi alla Commissione dei Diritti Umani della OSA, un grave caso di violazione dei diritti umani da parte di una industria peschiera, che si aggiunge ad altri che si stanno inoltrando presso questa stessa istanza, tra i quali, il caso del dirigente Victor Ancalaf che è stato arbitrariamente condannato per le Leggi sull’Antiterrorismo a 5 anni e un giorno di carcere. Sempre per le stesse Leggi, il caso di Poluco Pidenco coinvolge vari dirigenti Mapuche per un “rogo di piantagioni” e che con una sentenza irregolare sono stati condannati a 10 anni di carcere e a pagare un indennizzo milionario a favore della impresa Forestal Mininco. La stessa cosa è capitata ai Longkos Pascual Pichún e Aniceto Noria che sono stati condannati a 5 anni e un giorno per “minacce di incendio terrorista”: sono solo alcuni casi che sono imputati allo stato in questa istanza internazionale relativa alla situazione dei prigionieri politici Mapuche: sproporzione delle pene, vizi processuali e applicazione di leggi speciali decontestualizzate ed improprie.

Rappresentante e Comitati delle Nazioni Unite.
Negli ultimi anni, diversi Comitati delle Nazioni Unite e lo stesso rappresentante Rodolfo Stavenhagen hanno inoltrato allo stato cileno le proprie raccomandazioni che non sono state né accolte né compiute.

Uno degli ultimi casi è stato quello presentato dal Comitato per la Eliminazione della Discriminazione Razziale che ha ufficialmente chiesto chiarimenti allo Stato Cileno per la situazione di razzismo socio ambientale presente nella regione della Auracania e che si trovano ad affrontare le comunità Mapuche a causa dei rifiuti chimici e dello scarico di acque contaminate da parte delle imprese chimiche.
Sempre questo anno, il Comitato dei Diritti Umani ed il Comitato dei Diritti dei Bambini- che vigilano sul compimento dei Patti Internazionali dei Diritti Umani- hanno reso pubbliche le loro raccomandazioni allo Stato Cileno esprimendo la loro massima attenzione e allerta dinanzi la vulnerabilità dei diritti dei popoli indigeni da parte dello Stato, e avanzando alcune proposte che non sono state accolte.
A queste si aggiungono le raccomandazioni precedenti del Comitato per i Diritti Economici Sociali e Culturali e del Comitato contro la Tortura.

Le reazioni della Bachelet dinanzi alle Nazioni Unite.
Il Presidente del Cile Michelle Bachelet in uno sbrigativo tentativo di screditare tali interrogazioni, ha recentemente promesso dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che lavorerà per la costruzione di una democrazia più solida e rispettosa dei diritti umani, come riferito dalle agenzie di stampa.
La posizione si spiega nella strategia cilena per raggiungere uno dei tre seggi latinoamericani per il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU per il periodo 2008-2010 dove è in competizione con il Venezuela.

Per questo motivo la Bachelet ha appoggiato la difesa dei popoli indigeni prevenendo le critiche degli organismi internazionali che accusano al Cile di trattare ingiustamente al Popolo Mapuche, ha riferito INFOBAE [sito argentino di news e informazioni sull’America Latina www.infobae.com].

Il Cile non è stato ancora capace di ratificare degli strumenti basilari del diritto internazionale come la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro conservando un impianto legislativo antiquato e decontestualizzato e senza nemmeno aver riconosciuto l’esistenza dei Popoli Indigeni ed i loro diritti collettivi.

I Diritti Umani del Popolo Mapuche in Cile.
Contrario a questa versione lo Stato Cileno non solo ha disconosciuto e trasgredito gli standard internazionali del diritto indigeno ma ha anche calpestato sistematicamente le garanzie fondamentali: le trasgressioni alle norme del diritto internazionale umanitario, attraverso atti statali di brutalità poliziesca; l’applicazione di legislazioni penali improprie per reprimere la mobilitazione sociale violando il diritto di un giusto processo e sottoponendo i comuneros alla reclusione in condizioni inumane, sono solo alcune delle situazioni denunciate dagli organismi internazionali.

Un caso emblematico rimasto nell’assoluta impunità, è quello del giovane Mapuche Alex Lemún Saavedra di 17 anni che è stato vigliaccamente assassinato con un colpo in testa da un funzionario ufficiale dei Carabinieri Cileni (che continua nelle sue funzioni ed ha ricevuto una promozione), all’interno di una proprietà dell’impresa Forestal Minino, morendo dopo alcuni giorni di una triste agonia alla fine del 2002, ed il cui processo è stato condotto dalla Fiscalia Militare, riconoscendosi in prima istanza “responsabile” per esercizio di violenza non necessaria commessa dagli autori del delitto; naturalmente in seguito la Corte Marziale ha lasciato cadere ogni accusa ai responsabili che sono rimasti nell’assoluta impunità.

È importante aggiungere che esiste una risoluzione della Corte Interamericana dei Diritti Umani della OSA che ha indicato che il Cile deve modificare le competenze della giustizia militare nei casi in cui coinvolge i diritti civili dinanzi alla mancanza di un processo giusto (Caso Palamara, 2005). Senza dubbio lo stato non ha recepito questa decisione e numerosi casi di violenze e abusi da parte della polizia contro dei civili, compresi degli omicidi, sono rimasti impuniti.

Questa e varie altre situazioni sono stati motivo di grande preoccupazione da parte delle diverse organizzazioni. In questo contesto le azioni di difesa e protezione del territorio da parte dei Mapuche ha a sua volta dato vita ad un’azione repressiva da parte dello Stato Cileno che ha dispiegato sistematicamente la sua forza poliziesca e giuridica per dissolvere quella che viene considerata una protesta legittima da parte dei Mapuche. Centinaia di indigeni sono stati indagati per distinti episodi relazionati al conflitto per la terra, e varie decine sono stati giudicati con le leggi speciali come la Legge di Sicurezza dello Stato e Antiterrorista, applicate principalmente durante il precedente governo di Ricardo Lagos, per condotte che poco hanno a che vedere con i delitti in essa contemplati. I Mapuche incarcerati per queste vicende si considerano prigionieri politici.

Recenti testimonianze dirette, compresi rapporti ufficiali, indicano che numerosi operativi dei Carabinieri rastrellano le comunità Mapuche per effettuare degli arresti maltrattando fisicamente ed insultando i residenti, incluse le donne, i bambini/e e gli anziani/e “Ai bambini li hanno minacciati, sbattuti contro il pavimento ed il muro, gli hanno dato dei colpi con il calcio del fucile e li hanno fatti presenziare a scene terribili in cui i loro genitori, badanti o familiari erano aggrediti fisicamente e psicologicamente” segnala testualmente una parte del Rapporto elaborato per il Servizio di Salute Araucani Nord qualche anno fa e che per la prima volta –da parte di un organismo pubblico- riconosce e mette in evidenza lo scenario di terrore che vivono ogni giorno centinaia di famiglie Mapuche, perseguitate dalla polizia cilena.

Uno degli ultimi violenti rastrellamenti operati dalle Forze Speciali dei Carabinieri Cileni, sotto il governo dell’attuale presidente Michelle Bachellet, è quello che per l’ennesima volta sta avvenendo a Temucuicui, zona rurale nelle vicinanze della località di Ercilla, comunità perseguitata permanentemente dalla repressione poliziesca alla ricerca di comuneros scappati alla “giustizia”, considerati come “clandestini” o “profughi della giustizia” come li chiama il potere repressivo, nell’ambito dei conflitti per la terra e per le rivendicazioni e le proteste sociali della comunità.

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