15 Jul 2004
Benetton contro Mapuches: Il colore dei soldi
di Ida Sconzo

La storia recente del popolo Mapuche ha lasciato finalmente le cantine dei
siti umanitari, anarchici e alternativi. Ha lasciato le pagine delle poche
e valorose riviste del no profit italiano ed europeo, è salita agli
onori della cronaca, è entrata nei templi dell'informazione ufficiale.
Era ora. Il salto di livello è dovuto alla lettera aperta che, Adolfo
Pèrez Esquivel, argentino, Premio Nobel per la Pace 1980, ha indirizzato
a un italiano: Luciano Benetton. (All'interno del reportage il testo integrale
dell'intero carteggio tra Perez Esquivel e Luciano Benetton).
La scintilla, o forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso è
una sentenza del Tribunale di Esquel, in provincia di Chubut, in Patagonia.
Le parti in causa nello strano processo erano: l'italiano Benetton contro
i Mapuches Atilio e Rosa Curinanco. Ma il particolare strabiliante è
che nella diatriba tra l'imprenditore multinazionale degli "United
Colours" e una coppia di indigeni, che voleva vivere sul proprio territorio,
ha vinto il primo.
Davide battuto da Golia, come sempre accade nell'impari lotta tra ricchi
e poveri. Le accuse che le comunità Mapuches muovono alla multinazionale
italiana Benetton, sono pesanti: sul territorio dei loro padri, Benetton
possiede circa un milione di ettari divisi in otto lotti, sette dei quali
nel versante Argentino, in Patagonia e uno sul versante cileno. Il terreno,
in pratica una fetta della Nazione Argentina e quasi tutta l'antica Nazione
Mapuche, è stato venduto dallo Stato argentino.
I mapuches dicono che Benetton può attraversare tutta la Patagonia
senza uscire mai dai suoi terreni. Sul più grande latifondo dell'America
meridionale, pascolano circa 280mila pecore. La comunità Mapuche-Tehuelche,
in un recente comunicato (I nuovi volti della colonizzazione) definisce
così l'azienda: "Benetton - la multinazionale della menzogna,
i colori uniti della simulazione. I terreni, acquistati dalla multinazionale
a prezzi stracciati, in quanto disabitati - scrivono i mapuche - in realtà
non lo erano, dato che ci vivono da sempre le comunità autoctone".
In seguito alla dastrica riduzione dei territori, gli indigeni sono stati
relegati in una striscia di terra denominata "Riserva de la compania",
dove sono costretti a vivere in stato di sovraffollamento. I Benetton hanno
fatto recintare i terreni e il fiume Rio Chubut, che pur essendo proprietà
dello Stato, non è accessibile, come il Rio Lepe, recintato da cancelli
e filo spinato. I mapuches che hanno sempre vissuto di pastorizia, non possono
più disporre nè dei pascoli nè dell'acqua. Molti sono
stati costretti a vendere i propri terreni a prezzi irrisori e altre terre
sono state abbandonate.
L'organizzazione Mapuche-Tehueleche "Once de Octubre" denuncia
anche lo sfruttamento della manodopera indigena a basso costo (200 euro
al mese dall'alba al tramonto).
La lettera del Premio Nobel
La vicenda merita, adesso, le prime pagine dei maggiori organi d'informazione
grazie all'intervento di un uomo, poco noto in Italia, che si chiama Adolfo
Pèrez Esquivel. Un argentino architetto, scultore, insegnante, impegnato
fin da ragazzo, nella difesa dei diritti umani attraverso la non-violenza.
Più volte arrestato, prima in Brasile poi in Equador e di nuovo a
Buenos Aires, Pèrez è stato torturato e incarcerato senza
processo per 14 mesi. Nel 1980 gli viene conferito il Premio Nobel per la
Pace.
"Riceva il mio saluto di Pace e Bene. Le scrivo questa
lettera, che spero legga attentamente, tra lo stupore e il dolore di sapere
che Lei, un imprenditore di fama internazionale, si è avvalso del
denaro e della complicità di un giudice senza scrupoli per togliere
la terra ai fratelli Mapuche, nella provincia di Chubut, nella Patagonia
Argentina".
"Vorrei ricordarle che Mapuche significa
Uomo della Terra e che esiste una comunione profonda tra la nostra Pachamama,
" la Madre Terra", e i suoi figli. Tra le braccia di Pachamama
ci sono le generazioni che vissero e che riposano nei tempi della memoria.
Deve sapere che quando si toglie la terra ai popoli nativi li si condanna
a morte, li si riduce alla miseria e all'oblio".
"Ma
deve anche sapere che ci sono sempre dei ribelli che non zoppicano di fronte
alle avversità e lottano per i loro diritti e la loro dignità
come persone e come popolo. Continueranno a reclamare i loro diritti sulle
terre perchè sono i legittimi proprietari, di generazione in generazione,
sebbene non siano in possesso dei documenti necessari per un sistema ingiusto
che li affida a coloro che hanno denaro".
"É difficile
capire quello che dico, se non si sa ascoltare il silenzio, se non si è
in grado di recepire la sua voce e l'armonia dell'universo che è
una delle cose più semplici della vita. Qualcosa che il denaro non
potrà mai comperare. Quando giunsero i conquistatori, gli "huincas"
(i bianchi), massacrarono migliaiai di popoli "con i loro pali di fuoco"
perpetrando etnocidio per appropriarsi della loro ricchezza e rubando loro
terra e vita. Purtroppo questo saccheggio continua fino a oggi".
"Signor Benetton, Lei ha comprato 90 mila ettari di terra in Patagonia
per accrescere la sua ricchezza e potere e si muove con la stessa mentalità
dei conquistatori; non ha bisogno di armi per raggiungere i suoi obiettivi
ma uccide, con la stessa forma, usando il denaro. Vorrei ricordarle che
"non sempre ciò che è legale è giusto, e non sempre
quello che è giusto è legale". Vorrei dirle che Lei ha
tolto, con la complicità di un giudice ingiusto, 385 ettari di terra,
con la armi del denaro, a un'umile famiglia Mapuche con una dignità,
un cuore, una vita; loro sono Atilio Curiñanco e Rosa Nahuelquir
proprietari legittimi da sempre, per nascita e per diritto dei loro padri".
"Vorrei farle una domanda, signor Benetton: Chi ha comprato la
terra a Dio? Lei sa che la sua fabbrica dagli abitanti del luogo è
chiamata "la gabbia", cinta con fil di ferro, che ha rinchiuso
i venti, le nubi, le stelle, il sole e la luna. E' scomparsa la vita perchè
tutto si riduce al mero valore economico e non all'armonia con la Madre
Terra. Lei si sta comportando come i signori feudali che alzavano muri di
oppressione e di potere dei loro latifondi".
"A Treviso,
quel bel paese nel nord Italia, dove Lei ha il centro delle sue attività,
non so quello che pensano i cittadini e le cittadine riguardo alle sue azioni.
Spero che reagiscano con senso critico e pretendano che Lei agisca con dignità
e restituisca questi 385 ettari ai legittimi proprietari. Sarebbe un gesto
di grandezza morale e le assicuro che riceverebbe molto di più che
la Terra: la grande ricchezza dell'amicizia che il denaro non potrà
mai comprare. Le chiedo, signor Benetton, che viaggi in Patagonia e che
incontri i fratelli Mapuche e che divida con loro il silenzio, gli sguardi
e le stelle. Credo che il luogo che con la sua presenza chiamano "La
gabbia", verrebbe chiamata "L'amico" e la gente di Treviso
sarebbe onorata di avere nel suo paese una persona con il cuore aperto alla
compresione e alla solidarietà".
"La decisione
è sua. Se decide di restitutire la terra ai fratelli Mapuche mi impegno
ad accompagnarla e dividere con Lei e ascoltare la voce del silenzio e del
cuore. Tutti siamo di passaggio nella vita, quando arriviamo siamo in realtà
in partenza e non possiamo portare niente con noi. Possiamo, però,
lasciare al nostro passare le mani piene di speranza per costruire un mondo
più giusto e fraterno per tutti. Che la Pace e il Bene la illumini
e le permettano di trovare il coraggio per correggere i suoi errori".
Adolfo Pèrez Esquivel
Luciano Benetton risponde
"Gentile signor Pérez Esquivel, ringraziandola per
la sua lettera, franca e diretta, le rispondo subito che sono disponibile
a incontrarla per aprire un confronto sul tema delle terre in Patagonia.
Confronto che dovremmo estendere anche agli altri proprietari terrieri e
ai rappresentanti del governo argentino".
"Sono convinto
che un civile dialogo tra le parti rappresenti l´unica strada per
comporre le molteplici posizioni e le differenti opinioni. A maggior ragione
se si tratta di un tema complesso come quello delle terre patagoniche, che
presenta complicati risvolti storici, sociali ed economici. Che coinvolge
i diritti spesso contrastanti di numerosi gruppi etnici diversi, oltre che
due governi sudamericani. Che propone interrogativi morali e filosofici
antichi quanto il mondo. Chiedendomi "Chi ha comprato la terra a Dio?",
lei riapre un dibattito sul diritto di proprietà che, comunque la
si pensi, rappresenta il fondamento stesso della società civile".
"Ma se si accetta il principio che la proprietà è
necessaria, si può ben discutere se sia necessario o meno che resti
sempre nelle stesse mani. Da parte mia credo che nel mondo terreno e ormai
globalizzato la proprietà fisica, come quella intellettuale, sia
di chi può costruirla con la competenza e il lavoro, favorendo anche
la crescita e il miglioramento degli altri. A questo proposito mi permetta
di riassumerle, al di là delle forzate interpretazioni ideologiche
e delle implicazioni d´immagine, qual è nel merito la posizione
del nostro gruppo, che è una posizione di imprenditorialità
e passione. La Compañia de Tierras Sud Argentino, attiva dal 1891,
è stata acquistata da parte di Edizione Holding (la finanziaria della
famiglia Benetton) da tre famiglie argentine nel 1991".
"La
nostra era, ed è tuttora, una sfida di sviluppo: trasformare questa
azienda storica, con più di 100 anni di tradizione ma ormai decaduta,
formata in gran parte da terre desertiche e inospitali, in una impresa agricola
dedicata in particolare all´allevamento delle pecore ed altre attività
agricole. Senza entrare nel crudo dettaglio delle cifre, abbiamo investito
per portare l´azienda a buoni livelli di produttività, ben
consapevoli che questo avrebbe contribuito a produrre sviluppo e lavoro
per il territorio e i suoi abitanti. I risultati fin qui ottenuti sono positivi,
certo non dal punto di vista degli utili, ma sicuramente per il livello
di qualità raggiunto nell´allevamento ovino e per la crescita
occupazionale nell´area. Del resto, più in generale, non penso
che scoraggiare gli investimenti degli imprenditori possa rappresentare
una politica alla lunga redditizia, per l´Argentina come per qualsiasi
altro Paese che voglia guardare a ragionevoli obiettivi di crescita, specie
in un momento così delicato per l´economia internazionale".
"Per questa serie di motivi, mi creda, appare quanto meno ingeneroso
descrivere le tenute argentine di Edizione Holding come latifondi medioevali
improduttivi, e noi come signori feudali. Abbiamo semplicemente seguito
le regole economiche in cui crediamo: fare impresa, innovare, operare per
lo sviluppo, continuare a investire per il futuro. E, nel contempo, essere
aperti a ciò che l´esperienza e il rapporto con il mondo possono
insegnarci. Con la consapevolezza dolorosa ma realistica, da lei stesso
ricordata, che niente possiamo portare con noi alla fine del viaggio. Ma
nella ferma convinzione che sia il viaggio stesso - le cose viste e fatte,
i rapporti umani, le strade percorse, gli obiettivi pensati e raggiunti
- a rappresentare il nostro capitale più prezioso".
Luciano Benetton
La Nazione Mapuche
(Mapu = Terra, Che = Uomo, "Popolo della Terra") si trova nel
Cono Sur dell'America del Sud, nei territori oggi occupati da Cile e Argentina.
Il Wall-Mapu, universo ancestrale dei Mapuches, popolo nomade, precolombiano,
comprende le comunità Puelche (dell'Est), Pikunche (del Nord), Williche
(del Sud), Pewenche (Araucaria), Lafkenche (del mare), Nagche (della pianura),
Wenteche (delle vallate).
Il popolo della terra risiede soprattutto nelle province del Bìo-Bìo,
Arauco, Malleco, Cautìn, Valdivia, Osorno, Llanquihue y Chiloé.
Buona parte dei Mapuches si sono trasferiti nei grandi centri urbani di
Santiago, Concepciòn, Valparaiso, Temuco y Valdivia. A Temuco, (dove
studiò Pablo Neruda) su 176.712 abitanti, 38.410 sono Mapuches. La
lingua dei Mapuches è il Mapudungun (dungun = linguaggio), la lingua
indigena più parlata in Cile.
Malgrado i forti tentativi di assimilazione, il popolo Mapuche, è
riuscito a conservare lingua, religione e struttura politico-sociale e gestisce,
tutt'ora, le riserve indigene nelle quali è costretto a vivere sin
dall'inizio del XX secolo. Prevalentemente dediti alla pastorizia, all'artigianato
e, più recentemente, all'agricoltura, i mapuches rappresentano, in
Cile, la fascia più povera della popolazione. Dagli Inca a Pinochet
I mapuches, chiamati dagli spagnoli "araucani", possono essere
considerati come i primi guerriglieri dell'America Latina, (Luis Sepulveda:
Patagonia Express - Feltrinelli 1995) si sono battuti prima contro l'Impero
Inca, poi contro la dominazione spagnola, in difesa del proprio territorio.
Nel 1881 le terre mapuche furono occupate militarmente nel corso della cosiddetta
"pacificazione dell'Araucania" che provocò migliaia di
vittime.
La lotta dei Mapuches continua anche nel XX secolo, contro l'oligarchia
cilena, tranne che nel periodo del governo del Fronte popolare (1938-41)
e quello di Unità popolare di Salvador Allende che, con la riforma
agraria, aveva restituito ai Mapuche 700 mila ettari di terra. Nel 1974
Pinochet (dittatore dal 1973 al 1990) riconsegnò ai latifondisti
l'80% dei terreni. Soltanto quattro anni dopo, una Commissione delle Nazioni
Unite dichiarò ufficialmente: "Dal giorno del colpo di Stato,
i latifondisti, i militari e la polizia, hanno iniziato una vera e propria
caccia ai Mapuches".
Mentre Allende, con la legge n° 17.729 del 1972, aveva garantito, nella
Costituzione, diritti fondamentali ai Mapuches, restituzione dei diritti
sulla proprietà della terra, sostegno a iniziative sociali e culturali,
un sistema sanitario efficiente e l'insegnamento della lingua Mapudungun,
il dittatore Pinochet dichiarò: "Non esistono popolazioni indigene".
Come conseguenza della legge 2.568 del 1979, quasi il 90% delle proprietà
Mapuche sono state espropriate, vendute o concesse a imprese forestali ed
ex latifondisti. Con l'abolizione della proprietà collettiva tutte
le strutture economiche, politiche, sociali e culturali del Popolo della
Terra, furono smantellate. Arresti, torture, esilio, ridussero tra gli anni
70 e 80, le comunità mapuche da 2.060 a 665.
Una legge simile (n° 2.885) rese legale l'espropriazione delle terre
Rapa Nui, sull'Isola di Pasqua. Dopo Pinochet Finita la dittatura i decreti,
per l'espropriazione delle proprietà comunitarie, sono stati annullati,
ma la lotta del "Popolo della Terra" non si è conclusa.
La Legge Indigena (n° 19.253 del 1993) classifica i Mapuches come "popolazioni"
e non come "popolo", differenza fondamentale dal punto di vista
del diritto internazionale.
Da anni, le comunità mapuche sono mobilitate per ottenere il riconoscimento
della propria identità e la difesa dei propri territori. Studenti,
ecologisti, attivisti, negli ultimi anni, sono stati arrestati con l'accusa
di terrorismo. Pochi giorni fa, il 13 gennaio 2004, il dirigente indigeno
mapuche Vìctor Ancalaf, leader delle comunità di Collipulli,
è stato condannato a 10 anni di carcere per aver diretto "azioni
terroristiche" contro l'impresa elettrica Endesa-Espana, nella regione
dell'Alto Bio-Bio. Ancalaf è detenuto dal novembre 2002 nel carcere
di El Manzano di Concepciòn, con i dirigenti del coordinamento Arauco-Malleco,
José Huenchunao e Héctor Llaitul, per associazione illecita.
L'avvocato di Ancalaf presenterà appello alla Corte interamericana
dei diritti umani presso l'OSA (Organizzazione degli Stati Americani) perché
"non esistono prove e la sentenza si basa su semplici indizi".
Il Premio Nobel per la letteratura José Saramago e i filosofi Edgar
Morin e Alain Touraine, in una lettera inviata al presidente cileno Ricardo
Lagos, esprimono la propria preoccupazione per gli indigeni mapuches e ricordano
che diverse organizzazioni, nazionali e internazionali, per la difesa dei
diritti umani, hanno denunciato violazioni dei diritti fondamentali, nei
confronti di questo popolo.
Il prezzo dello sviluppo
Dal 20 maggio al 17 giugno 2002, migliaia di Mapuches hanno partecipato
ad una marcia (percorrendo a piedi 637 chilometri dalla città di
Temuco a Santiago del Cile) per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica
sull'occupazione del loro territorio, i trasferimenti di popolazione, le
pessime condizioni di vita e la compromissione degli equilibri ecologici
nella regione in cui vivono. La marcia fu proposta da Consejo de Todas Las
Tierras, organizzazione molto nota all'estero e attiva alle Nazioni Unite,
che ha presentato una proposta nazionale per il riconoscimento della Nazione
Mapuche. Destinatari delle proteste le industrie del legname, l'impresa
elettrica Endesa, e sul versante argentino, la società italiana Benetton.
L'industria del legno
A partire dal 1989, i governi cileni di centrosinistra, adottando una strategia
economica neo-liberale, hanno puntato a un rapido sviluppo del paese, favorendo
le attività di imprese forestali e società legate al capitalismo
internazionale. Sul territorio mapuche, si sono così insediati gruppi
come Matte-Larrain e Angelini. Matte-Larrain attraverso numerose imprese
forestali (Aserraderos Mininco, Servicios Forestales Escuadron, Immobiliaria
Pinares, Sociedad Forestal Crecex S A, Forestal Rio Vergara, Agricola y
Ganadera Monteverde) controlla oltre il 40% della produzione e dell'esportazione
del legno, nella regione mapuche.
L'Angelini, con la consociata americana International Paper e il Gruppo
neozelandese Carter Holt Harvey, possiede le imprese Celarauco, Forestal
Cholguan e Aserraderos Arauco, che con le filiali Cellulosa Arauco e Costituction,
fatturano 107 milioni di dollari ed esportano negli USA, in Cina, Giappone
e Corea del Sud, il 24% sul totale del legname mapuche esportato.
Nel settore del legname operano in Cile anche Shell, Mitsubishi, Trillium
Corporation e Schidheiny. Nella regione, l'area di sfruttamento forestale
è aumentata di oltre il 50%, tra la fine degli anni 70 e la fine
degli anni 90, quando occupava già un milione 667mila ettari. Nello
stesso periodo, i terreni destinati alla coltivazione di grano e mais per
le comunità, sono stati ridotti del dieci per cento. Lo sfruttamento
delle foreste, da parte delle imprese forestali, se da un lato rappresenta
la seconda voce tra le merci più esportate dal Cile, dall'altro producono
rischi seri per l'ecosistema. Nel territorio mapuche infatti esistono esemplari
di alerce (anche 4mila anni d'età) alti più di 50 metri e,
nel parco del Conguillìo, si trova l'unica foresta di sole araucarie
del mondo.
I boschi, (secondo una ricerca effettuata dalla Corporazione nazionale delle
foreste (Conaf) organismo governativo cileno) subiscono deterioramenti,
a causa delle sostanze chimiche utilizzate nei processi di trasformazione
del legno in cellulosa. Al posto di encina, maòeo, roble e rauli
(specie vegetali a rischio d'estinzione) vengono piantati pinus radiata
e eucaliptus, esemplari d'importazione a rapida crescita. Le coltivazioni
intensive provocano erosione del suolo e impoverimento delle risorse idriche.
La riduzione degli spazi destinati alle colture di autosussistenza e l'impoverimento
del suolo privato, per necessità, dei tempi di riposo, spingono la
popolazione mapuche verso le città.
Ogni anno, vengono tagliati tre milioni e mezzo di ettari di foreste, in
tutta l'America latina, più del 60% del legno duro tagliato nel mondo.
La diga Ralco L'Endesa-Spagna, sede centrale a Madrid, con i suoi impianti
sparsi in 12 nazioni, è una delle più grandi società
del mondo nel campo della fornitura di elettricità e si rivolge a
oltre 20 milioni di utenti. I suoi interessi riguardano anche la gestione
di gas, acqua e servizi primari. La società, con numerose affiliate
in Europa e in tutto il Sud America, ha investito 500 milioni di dollari
per la costruzione di sei centrali idroelettriche nella valle del Bio-Bio
(cordigliera delle Ande). La diga Ralco, in particolare, sorgerà
nella regione in cui vive la comunità mapuche dei pewnche (circa
4mila pesone) e provocherà il trasferimento di circa mille individui
in una zona dal clima più freddo.
La grande multinazionale sostiene che, le condizioni di vita degli indigeni
pewnche sono già troppo precarie per poter essere ancora compromesse,
mentre i rappresentanti delle comunità mapuche, protestano perché
un trasferimento di massa significherebbe la perdita delle proprie tradizioni
e la rottura del vincolo ancestrale con il proprio territorio. L'ecosistema
del Bio-Bio è fra i meno contaminati e i più ricchi di tutta
l'America meridionale. Molte specie protette hanno il proprio habitat naturale
proprio nelle foreste di araucaria: cervi, puma, gatti selvatici, uccelli
rapaci. La costruzione della diga provocherà, secondo gli esperti,
la scomparsa della cultura mapuche e la distruzione dell'ecosistema.
Il progetto per la Carretera costera prevede la costruzione di una strada
che dovrebbe collegare la città di Concepciòn a San Juan de
la Costa. Le comunità indigene e gli ambientalisti, sostengono che
la realizzazione dell'opera produrrà inquinamento da traffico. Sembra
inoltre che alcuni imprenditori abbiano espresso l'intenzione di comprare
lotti costieri sul lago Budi, se ciò dovesse accadere, dicono i mapuche,
provocherebbe maggiore penetrazione nel loro territorio e lo sfruttamento,
a scopo turistico, della loro immagine. La fabbrica di cellulosa a San Josè
de la Mariquina progettata dall'impresa Celco, l'apertura della più
grande fabbrica di cellulosa dell'America latina, è collegata alla
realizzazione della strada costiera. Dovrebbe nascere dallo sfruttamento
dei boschi di tutta la regione che la strada attraverserà. La produzione
di cellulosa, affermano i mapuches e gli ecologisti cileni, è altamente
inquinante per l'uso massiccio di sostanze chimiche.
La fabbrica dovrebbe scaricare i suoi rifiuti tossici in mare e ciò
provocherebbe seri danni alla fauna marina che rappresenta la fonte alimentare
primaria per gli indigeni Lafqunches. La Carretera "By-Pass" L'autostrada
è stata progettata per evitare il traffico nel centro urbano di Temuco.
Se verrà costruita taglierà in due il territorio mapuche,
e precisamente quello abitato dalla comunità di Truf Truf. L'area
urbana si estenderà lungo i lati della nuova strada, creando non
pochi disagi ai mapuches che hanno presentato proposte alternative. Oleodotto
San Vincente-Temuco Progettato per trasportare il petrolio dalle raffinerie
di Petrox fino alla periferia di Temuco, l'oleodotto attraverserà
i territori di tre comunità mapuches.
I geni mapuches
brevettati
Il popolo mapuches ha diffuso un comunicato di protesta anche nei
confronti del "Proyecto de diversidad del genoma humano" (PDGH),
nell'ambito del quale, un gruppo di scienziati, antropologi, sociologi,
provenienti da USA, Europa, India e Giappone, componenti di un Comitato
Esecutivo Internazionale, vorrebbe raccogliere campioni di sangue, radici
di capelli, unghie e pelle, per conservare le informazioni genetiche dei
popoli indigeni. I mapuches si chiedono: perché tutto questo interesse
nel salvare geni di popoli indigeni abbandonati e repressi, e scrivono:
"Consideriamo il progetto di brevetto genetico come il prodotto di
un sistema malato, capace di generare una scienza che divide l'uomo, che
lo isola, non solo dalla sua famiglia e dal suo popolo, ma lo suddivide
in particelle sempre più piccole, con una chiara attitudine suicida...
Ieri - affermano nel loro comunicato diffuso in Rete - ci hanno usurpato
la nostra terra...oggi ci usurpano le ricchezze della terra e del sottosuolo
e la nuova usurpazione è già cominciata: è il furto
delle nostre conoscenze, della nostra sapienza e dei nostri geni..."
Popoli, culture, progresso Cinquemila comunità indigene (300 milioni
di individui) in tutto il mondo, rischiano di essere assimilate e scomparire,
con i propri usi, costumi e conoscenze. Culture ancestrali destinate a spegnersi
e cedere il passo al progresso. Rischiano di scomparire, fra le altre, la
cultura Adivasi, in India (70 milioni); la Saami nel Nord Europa; quella
dei Nomadi del mare nel Sudest asiatico; quella dei Pigmei nelle ultime
grandi foreste africane; quella degli indigeni equadoriani, minacciati dalle
industrie petrolifere; la cultura San dell'Africa meridionale; quella indiana,
nell'intero Continente americano; le tradizioni dei popoli siberiani, nel
nord della Russia, e il mondo dei Mapuches, (un milione in Cile, 250mila
in Argentina) e ancora in Cile gli Aymara (48mila), i Rapa Nui (20mila),
i Cunsa o Atacameno (3mila), i Coya (100) gli Yàmana (70) e i Kawèskar
(100), che, tutti insieme, rappresentano il 10% dell'intera popolazione
cilena (15 milioni di abitanti).
Ida Sconzo
i.sconzo@reporterassociati.org
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