Mapuche
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Documentazione: Benetton vs Mapuche.
Benetton: Alla fine del Mondo

«Cosa ne dice del Recinto, don Marcelino? Non sarebbe bene suonare qualche rintocco e radunare la gente?». «Saranno ingegneri, Fortunato». «Da quando in qua le strade hanno avuto un recinto? Un recinto è un recinto, don Marcelino; e un recinto vuol dire padrone».

Mapuche land is not for sale

[Da «Rulli di tamburo per Rancas» di Manuel Scorza]
Di Marco Callabria / www.carta.org

A Manuel Scorza, lo scrittore peruviano, sarebbe certamente piaciuta, la storia delle famiglie mapuche che difendono il loro diritto di vivere a Leleque, una minuscola stazione ferroviaria in disuso lungo il percorso della «Trochita», il vecchio espresso della Patagonia argentina. La stazione è circondata dagli enormi possedimenti della Compañia de Tierras Sud Argentino, la più grande proprietaria terriera del Paese, oggi controllata da Edizione Holding, la società madre che è anche la finanziaria del Gruppo Benetton. Il protagonista del romanzo storico di Scorza è il Recinto. Nessuno l’aveva visto arrivare sulle Ande peruviane, ma, notte dopo notte, il Recinto della Compañia Cerro de Pasco mangiava la terra dei comuneros.

Cinquant’anni dopo, in fondo al continente, in una delle regioni più affascinanti del pianeta, otto poverissime famiglie indigene resistono allo sgombero dalle loro case in legno, costruite intorno alla stazione, e della Scuola 90, in cui mangiano e studiano diciotto bambini. Sono poco meno di dieci ettari di terra, ma le istituzioni della provincia del Chubut, e la Compañia de Tierras, padrona di circa 900 mila ettari di suolo della Patagona, un territorio grande poco più dell'Umbria, li ritengono indispensabili a un progetto di sviluppo turistico commerciale. Il progetto conta di riattivare il percorso della «Trochita» fino ad includere la visita al Museo Leleque, fondato grazie a un investimento Benetton di 800 mila dollari, con tanto di pranzo o sosta per il tè nella caffetteria del museo.

Con l’intento di smentire un articolo di Sebastian Hacer, uscito su Indymedia Argentina, tradotto in italiano dalla stessa Indymedia e poi ripreso da Wall Street Italia lo scorso 11 marzo, Federico Sartor, direttore della comunicazione Benetton, ha precisato che «la Compañia è una società terza e indipendente da Benetton Group Spa», riservandosi «azioni a tutela della nostra immagine». I possedimenti della Compagnia «indipendente», ha aggiunto Sartor, non sono concentrati nella zona di Leleque ma sono distribuiti in ben quattro province: «590 mila ettari a Santa Cruz, 83 mila a Rio Negro, 15.800 a Buenos Aires e il resto nella provincia del Chubut, di cui 190 mila di proprietà della Tenuta Leleque».

Chiunque abbia una qualche dimestichezza con la storia e la geografia della regione ne deduce facilmente che soltanto i 15.800 ettari nella provincia di Buenos Aires non vanno conteggiati all’impero patagonico della Compagnia, sebbene dalle «estancias» dell’Argentina australe Benetton ricavi «solo» il 10 per cento della lana che serve a confezionare i 100 milioni di capi di vestiario che produce ogni anno.

«Noi non abbiamo alcun interesse turistico, semmai ce l’avranno le autorità locali. Non so proprio perché quelle famiglie ce l’abbiano tanto con noi», aveva spiegato al quotidiano argentino La Capital, l’avvocato Diego Pedrazzo della Holding, che ha acquistato per 50 milioni di dollari il controllo della Compagnia nel 1991. «Benetton vuole appropriarsi anche di quell’enclave circondata dalle sue enormi 'estancias' ma la terra appartiene allo stato provinciale», risponde Gustavo Macayo, l’avvocato dei mapuche.
La «Conquista del Desierto»

A chi sostiene che l’acquisto da parte di un’impresa straniera di tanta terra argentina è illegale, gli avvocati della Benetton rispondono che la «proprietà è nazionale», perché la Compagnia ha un legale domicilio a Buenos Aires. In realtà, quelle terre furono donate dallo stato argentino ai singoli proprietari inglesi delle tenute patagoniche alla fine della «Conquista del Desierto», il nome con cui l’esercito nazionale chiamò la feroce colonizzazione dell’Araucania a danno dei mapuche, il popolo che l’aveva difesa per secoli, anche dai conquistadores spagnoli.

I latifondisti inglesi costituirono la Compagnia a Londra nel 1889, consorziando i loro possedimenti, già oltre 700 mila ettari di terra, poi aprirono una sede a Buenos Aires e scelsero il nome di The Argentine Southern Land Company Limited.

La «estancia» oggi conosciuta come Leleque fu donata a Henry Bushton Roger, un londinese di cui non c’è altra traccia nei registri argentini. The Argentine Southern Land Company Limited restò inglese fino al 26 marzo del 1982, quando, con la guerra delle Malvine, divenne argentina. Nove anni più tardi fu comprata da Edizione Holding, che per prima cosa «ridusse il personale del 50 per cento», ha detto una dipendente.

Ma «l’acquisto è legale, le autorità argentine lo possono confermare. La Compagnia ha sempre agito secondo la legge, Benetton non ha mai fatto nulla contro i mapuche. C’è un conflitto storico con il quale Benetton non ha nulla a che vedere», ha precisato da Treviso all’agenzia Europa Press di nuovo Sartor.
Peccato non la vedano così i mapuche Rosa Nahuelquir e Atilio Curiñanco, che il 14 aprile compariranno davanti al tribunale di Esquel, accusati dalla multinazionale «argentina» di «usurpazione di terra». Rosa abbandonò da bambina la sua terra, lavorò prima in un piccolo hotel e poi come operaia tessile. Nel 2002 la sua fabbrica chiuse, e da un giorno all’altro Rosa rimase disoccupata. I 150 pesos, circa 40 euro, che guadagnava Atilio, nato e cresciuto proprio nella stazioncina di Leleque, non bastavano a sopravvivere. Così i due indigeni decisero di tornare a coltivare quel pezzetto di terra, il «predio» Santa Rosa, in cui lei aveva trascorso l’infanzia.

Prima di farlo, però, il 15 febbraio del 2002, i Curiñanco avvisarono il commissariato della vicina cittadina di Esquel e i funzionari dell’Istituto autarchico di colonizzazione, i quali confermarono «verbalmente» che quel «predio» era una riserva indigena abbandonata da decenni. Il trenta agosto, mentre i Curiñanco avevano cominciato a seminare e ad allevare qualche animale, l’amministratore della Tenuta Leleque, Ronald Mac Donald, presentò una denuncia sostenendo che Santa Rosa era di proprietà della Compagnia. Un solo giorno più tardi, il giudice José Colabelli, attualmente sospeso con l’accusa di comportamento razzista, firmò l’ordine di «constatazione del delitto» e quello di sgombero.

Rosa, Atilio e doña Candelaria

Il due ottobre, sotto una pioggia torrenziale, i coniugi Curiñanco furono allontanati a forza dalla loro terra. La denuncia di Mac Donald parla di «clandestinità» e non si accontenta di pretendere la terra ma si sofferma a dimostrare che gli occupanti sono entrati nel terreno sapendo di violare una proprietà privata, e che dunque sono delinquenti comuni. Un comportamento persecutorio che si spiega solo con l’intenzione di stroncare sul nascere nuove rivendicazioni indigene [una possibile «ondata di violenza e di sangue», viene precisato nella denuncia].

La storia del Sudamerica insegna tuttavia che i mapuche non si piegano facilmente, tanto è vero che Doña Candelaria, madre di Atilio Curiñanco, a quasi 90 anni, è una delle donne che resistono nella stazione di Leleque.
Candelaria ha raccontato a Sebastian Hacer [che seguirà anche per Carta il processo ai Curiñanco] di quando Leleque era un luogo pieno di vita, dove i bambini andavano a scuola, cacciavano le lepri e raccoglievano le uova dello struzzo patagonico. In quegli anni, lei andava a prendere l’acqua dai ruscelli senza dover passare sotto il recinto che la Compagnia ha costruito ovunque. Adesso i «gringos», come li chiama Candelaria, «hanno preso tutto e hanno persino deviato il corso dei fiumi». Adesso è necessario chiedere il permesso della Compagnia per muoversi, per bere, per pescare.

«La Tenuta Leleque non ha mai negato l’accesso alle persone che lo hanno richiesto all’amministrazione su presentazione del motivo del passaggio, anche per pescare. Questo è un modo per salvaguardare e proteggere tanto l’integrità della proprietà quanto l’ambiente», ha scritto l’ineffabile Sartor nella minacciosa lettera inviata a Wall Street Italia.

«Vogliono aprire un commissariato alla stazione di Leleque, la polizia e le autorità locali hanno sempre fatto il lavoro sporco per la Compañia. Che si è opposta anche alla creazione di un presidio sanitario. Gratuitamente, le donne ricevono solo il diaframma anticoncezionale», denunciano i mapuche. Nuovi bambini, in quella zona, non ne devono proprio nascere. Una delle maestre della Scuola 90 di Leleque, dove è stato avviato anche un laboratorio di ceramica, spiega che tutti i giorni si riesce a dare un pasto caldo ai ragazzi, ma che da qualche anno tutti i progetti, dagli alberi da piantare alla realizzazione di un orto comunitario, vengono ostacolati con qualsiasi pretesto. Si vive e si lavora sotto la continua minaccia dello sgombero.

Il personale della Compagnia fa pressioni direttamente, casa per casa, e i funzionari della provincia del Chubut promettono abitazioni e terreni a basso costo in altre zone. Doña Candelaria rifiuta, dice che andare a vivere in città sarebbe come andare a morire in prigione.

Maglioni bucati

La prossima Parmalat, potrebbe essere il gruppo Benetton? È il campanello d’allarme che hanno lanciato alcuni analisti finanziari, quando, la settimana scorsa la Edizione Holding [cassaforte della famiglia Benetton] ha annunciato di avere allo studio alcune operazioni «tra le quali anche l’eventuale emissione di un prestito di obbligazioni convertibili in azioni Autogrill», in cui Benetton ha il 56,7 per cento.

L’annuncio smentisce Gianmaria Tondato, amministratore delegato dell’Autogrill, che a fine gennaio aveva detto che le finanze del gruppo erano solide e che la cassa era ampiamente sufficiente a coprire l’indebitamento del gruppo. Ma, poiché ci muoviamo in un sistema di scatole cinesi, il problema non è tanto Autogrill, quanto un’altra delle numerose ramificazioni della Edizione Holding: Autostrade, controllata al 62,2 per cento dalla holding Schemaventotto, a sua volta al 60 per cento dei Benetton. Il centro studi di Mediobanca ha rilevato che al terzo trimestre 2003, Autostrade presentava un indebitamento di 9,4 miliardi di euro, cioè il 600 per cento del patrimonio aziendale. L’offerta di bond dovrebbe arrivare a 6,5 miliardi di euro che, se saranno sottoscritti dai risparmiatori, aiuteranno le banche creditrici, Mediobanca e Unicredito davanti a tutti.

Martedì scorso, Mediobanca ha annunciato l’apertura di una linea di credito di 6,5 miliardi di euro a copertura dell’emissione di bond, che potrebbe avvenire già ad aprile. Autostrade è stata privatizzata tre anni fa: 75 per cento in meno di investimenti, diminuzione delle spese di manutenzione e del numero degli occupati.
http://www.carta.org/rivista/settimanale/2004/12/12Calabria.htm
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Come la città di Esquel sconfisse la Miniera
di Marco Calabria
Èaccaduto il 25 marzo 2003. La gente di Esquel, cittadina di 30 mila abitanti della Patagonia argentina, guardava in tv l’assedio di Bassora: l’esercito inglese non riesciva a entrare nella città rimasta senz'acqua. Eppure, quel giorno, esattamente un anno fa, per quelli di Esquel la prima notizia era un’altra. Una notizia «locale» che aveva immediatamente varcato i confini nazionali e fatto scalpore nelle Borse di tutto il mondo.

In un referendum cittadino, l’81 per cento degli abitanti aveva rifiutato il progetto della miniera d’oro El Desquite. Edward H. Colt, presidente della società mineraria e vicepresidente della Meridian Gold, che controlla la El Desquite Sa, aveva annunciato: «Il progetto è sospeso. Non è possibile andare avanti senza il consenso della popolazione».

Gli avvocati della Meridian, impresa a capitale canadese e statunitense con sede a Reno, nel Nevada, preparavano intanto il ricorso alla Corte suprema, in attesa di tempi migliori. José Luis Lizurume, allora governatore della provincia del Chubut, prima del voto aveva detto: «Noi non scoraggeremo gli investimenti stranieri». Poi aveva dovuto prendere atto che la percentuale dei votanti, 75 per cento, era stata probabilmente la più alta mai registrata in città. Davide aveva sconfitto Golia.

Due esplosioni al giorno

Per chi si domandasse quale connessione ci sia tra l’assedio di Bassora e il referendum della Patagonia, riportiamo l’affermazione fatta da un cittadino di Esquel a un giornale locale dopo il voto: «Come in Iraq, qui oggi si è combattuta una guerra per le risorse del sottosuolo».
Meridian Gold aveva comprato, dalla inglese Bancote Holdings, la miniera di El Desquite, situata a soli sette chilometri dalla città, per un miliardo e 400 milioni di dollari. La dinamite avrebbe dovuto cominciare a devastare le meravigliose montagne della Cordillera argentina dal gennaio del 2003: due esplosioni al giorno, 365 giorni l’anno, per 10 anni. Il progetto serviva ad estrarre la «barra doré», una lega di oro e argento.

La legge argentina prevede che il 3 per cento dei profitti realizzati sia destinato allo stato, ma la legge provinciale del Chubut abbassa quella percentuale al 2. In dieci anni, le entrate stimate per lo stato sarebbero state di 9 milioni di dollari, quelle della Meridian Gold di 189. C’è tuttavia in Argentina un’altra legge nazionale, ignorata dalla stampa, che prevede un rimborso statale del 5 per cento sul valore delle merci che le imprese esportano dai porti della Patagonia australe. Un «piccolo» rimborso spese aggiuntivo a favore di Meridian Gold.

21.600 tonnellate di cianuro

Sebbene in misura minore che nelle devastate periferie della capitale e nelle regioni rurali del nord, anche ad Esquel, 42esimo parallelo, 2300 chilometri a sud di Buenos Aires, la crisi argentina della fine del 2001 ha colpito duro. Poco meno di un quarto degli abitanti, ottomila cittadini, è disoccupato, 7500 persone vivono ufficialmente al di sotto di un’improbabile soglia della povertà. La miniera porterà lavoro, benessere e lo sviluppo che avete atteso per un secolo, aveva spiegato la propaganda della macchina elettorale referendaria, condotta da esperti internazionali della comunicazione e sostenuta dalle istituzioni politiche locali e dai sindacati.

A ben guardare, però, dei 400 posti di lavoro promessi dalla Meridian, soltanto 293 erano destinati «temporaneamente» agli abitanti di Esquel. Un po’ pochini per giustificare le sei tonnellate di cianuro al giorno [avete letto bene: 21.600 tonnellate di cianuro in dieci anni] che sarebbero servite a processare la roccia e separarne i metalli pesanti e avrebbero devastato i boschi millenari di «lenga» e «ñire», due dei molti alberi patagonici che non esistono in altri luoghi del pianeta, e le purissime acque che scendono dalla Cordillera andina chubutense.

O meglio, quel che ne sarebbe rimasto, visto che i forsennati ritmi dell’estrazione mineraria avrebbero comportato un consumo medio di un milione di litri d’acqua al giorno. L’avvelenamento da cianuro, come sanno i 2 milioni e mezzo di rumeni rimasti senz’acqua in seguito all’incidente provocato da una compagnia mineraria australiana, non è uno scherzo: per uccidere un uomo ne basta una quantità grande come un chicco di riso.
Per questo i cittadini non hanno creduto al Consiglio federale della miniera, quando diceva che «il plebiscito è contro lo sviluppo sostenibile, anzi rifiuta lo sviluppo». Esquel ha detto «no al saccheggio e alla contaminazione della nostra acqua» e lo ha scritto chiaro ovunque, sulle montagne come in ogni via della città.

«La resistenza di un paese ferma lo sviluppo minerario», titolarono esterrefatti i giornali statunitensi: il nome dell’ignota cittadina della Patagonia è comparso perfino sul New York Times e sul Washington Post.
Ma com’è stato possibile che un pugno di paesani abbia sconfitto uno dei maggiori colossi minerari del mondo, sostenuto dai politici e dai sindacati locali, in un paese allo stremo come l’Argentina? Per rispondere bisogna ricordare che la protesta di Esquel prende forma nel 2001, l’anno in cui l’esplosione della crisi provoca in Argentina l’insurrezione del dicembre, quella del «que se vayan todos», delle «cacerolas», dei «piqueteros» e delle «asambleas de vecinos», una delle forme più avanzate di democrazia locale, nata proprio con la rivolta, e tuttora attiva, con il consueto andamento carsico, in molte zone della capitale e in diverse altre città del paese.
La «Asamblea de vecinos»

Fu così che nei primi giorni del settembre del 2002, nella scuola 205, una cinquantina di autoconvocati decise di dar vita all’«Asamblea de Vecinos de Esquel». Vi partecipavano gli esponenti dell’associazione ornitologica di Lago Puelo, quelli del progetto ambientalista Lemu, il movimento antinucleare del Chubut, la commissione Mapuche «11 di ottobre» [proprio quelli della protesta contro Benetton], gli ex lavoratori della multinazionale petrolifera Ypf, e poi geologi, biologi, avvocati. La gente dell’assemblea fece indagini, verificò le informazioni, scoprì la corruzione, si collegò via Internet [in Patagonia le distanze sono enormi e le vie di comunicazione quasi inesistenti] con altre associazioni ambientaliste, a cominciare da Greenpeace, lavorò in rete. La protesta cresceva. All’assemblea partecipavano 600 persone che, nelle manifestazioni, diventavano diverse migliaia.

Le due lontanissime città della costa patagonica che si affaccia sull’Atlantico, Puerto Madryn e Comodoro Rivadavia, fecero sapere che dai loro porti il cianuro necessario alla lavorazione non sarebbe passato. Uno dei segnali della fermezza e della forza del rifiuto fu la manifestazione dei ragazzi sotto i 18 anni che non avrebbero potuto votare: questa marcia serve a difendere il nostro futuro, dissero.

Fu denunciata anche la violazione del trattato n. 169 dell’Organizzazione integrale del lavoro sui popoli e le culture indigene, ratificato da una legge nazionale argentina. Quel trattato prevede l’obbligo di consultare le comunità indigene prima di avviare progetti che modificheranno il territorio in cui vivono da secoli. E si arrivò finalmente al referendum: «Un paese che non si vende, non può essere comprato».

Naturalmente, Meridian Gold ha già provato [e proverà ancora] a perseguire un disegno che cerca di aprire una breccia alla moltiplicazione dei progetti di sfruttamento delle risorse del suolo della regione. Sono progetti che stroncherebbero sul nascere il turismo «responsabile» che da tempo si è cercato di avviare nella zona, e che certamente investirebbero, a poca distanza da Esquel, due delle aree protette più belle del Sudamerica e forse del mondo, il Parco delle Alerces e quello del lago Puelo.

Un partito «asambleista»

Al di là delle improbabili rivincite giudiziarie, la febbre dell’oro usa strategie comuni a molte altre parti del mondo, come i tentativi di cooptare e dividere i «leader» del movimento di resistenza. La creazione di un partito politico «asambleista», che è riuscito a eleggere due consiglieri senza mettere in discussione il potere municipale dei partiti tradizionali, ne è un buon esempio. Che spiega anche come i movimenti che nascono in una società isolata e lontana come quella patagonica debbano affrontare gli stessi problemi di quelli che lavorano da questa parte dell’oceano, nella evoluta Europa.
Javier Rodriguez Pardo, del Movimento antinucleare del Chubut, ha le idee chiare in proposito: «Sebbene le proposte del Partito asambleista siano condivisibili, la sua nascita indebolisce una lotta che non si è conclusa. Smentisce la volontà dell’assemblea, che si era espressa a larghissima maggioranza contro la costituzione di un partito che non può rappresentarla, e anzi ne ostacola la partecipazione e la pluralità. Ma a Esquel è stato scritto solo il primo capitolo di una lotta per la dignità che avrà molte contraddizioni interne ma ha già dimostrato che non sempre la storia viene scritta dai più forti».

In questi giorni, l’assemblea dei «vecinos» patagonici chiama a festeggiare, a Esquel e in ogni parte del mondo, il primo anniversario di quella dimostrazione, la vittoria di Davide contro Golia e il suo velenoso vitello d’oro.

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Come la città di Esquel sconfisse la Miniera

Si chiamava Jérawr Asáwer ma era stata ribattezzata Fresia Alessandri Baker, in onore di un antico presidente del Cile, don Arturo Alessandri, detto il Leon de Tarapacá. Il nome l’avevano scelto, negli anni trenta, Carlos Gaymer Gomez, un giovane sottufficiale dell’aviazione cilena, e il padre Latorre, un missionario salesiano. Doña Fresia, una degli ultimi dieci, forse dodici indigeni Kaweshkar «puri» delle isole della Patagonia cilena, è morta nel novembre scorso a un’età imprecisata tra gli 80 e i 95 anni. Viveva da tempo isolata, senza alcuna possibilità di parlare la sua lingua, che scompare nel silenzio. L’ultimo medico che l’ha visitata, pochi giorni prima della fine, parla di polmonite e di uno stato molto avanzato di denutrizione.

I Kaweshkar o Alacalufe, pescatori abituati a vivere in canoa sui canali, erano una delle tre popolazioni indigene della Terra del Fuoco, con gli Yaganes e gli Ona o Selk’nam. Vivevano a lungo, i Selk’nam. E quando uno di loro sentiva che i suoi giorni erano finiti, salutava tutti e si metteva in cammino, da solo, per andare a morire. Poi, dopo che Hernando de Magallanes «scoprì» l’arcipelago fuegino, i Selk’nam cominciarono a morire in maniera diversa. Il loro sterminio era diventato una specie di attività sportiva. Venivano cacciati con i cani, e le loro orecchie dovevano essere mozzate, requisito indispensabile a riscuotere la taglia dai coloni che avevano preso la terra e l’acqua agli abitanti originari per farne delle enormi e floride «haciendas». Chi riusciva a scampare alla caccia, veniva ucciso da altri regali della civilizzazione: la stricnina, l’alcol o il contagio di malattie infettive del tutto sconosciute in quei luoghi.

Erano gli anni in cui sir Francis Drake, il corsaro, solcava le gelide acque dello stretto cui Magellano aveva voluto dare il suo nome. Nel 1579, John Winter, il medico inglese che lo accompagnava, presentò al mondo, cioè all’Europa, il «foye» o «canelo», una splendida pianta di magnolia selvatica che combatteva lo scorbuto e che prese il nome scientifico di Drimys [dal greco «piccante», a causa del sapore acre della corteccia] Winteri. Il «foye» è un albero sacro anche per gli indigeni che vivono molto più a nord, i mapuche della Patagonia. Intorno al tronco di «canelo», i mapuche tengono ancora oggi la loro principale cerimonia religiosa, il «Nguillatun», e da quel tronco ricavano la cassa armonica del loro più importante strumento musicale, il kultrun.

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Si chiama appunto con il nome di quella pianta sacra, Drimys interi, la giovane sciamana Ona dai lunghi capelli bianchi protagonista di «El corazón a contraluz», il racconto di Patricio Manns uscito in questi giorni in Italia per le edizioni Yema con il titolo di «Patagonia magica». Nell’inverno del 1890, Drimys Winteri viene catturata per la terza volta dagli uomini che hanno invaso la sua terra.

Comincia così il sentimento estremo e controverso che può legare una persona rapita al suo sequestratore, la strana storia di Drimys Winteri e Julius Popper. Il nome di Popper, per la verità, compare in diversi altri romanzi ambientati nelle steppe desolate della Terra del Fuoco e della Patagonia. Si tratta di un personaggio che ha alimentato molte leggende ma è realmente esistito, come dimostrano i suoi brillanti scritti e la celebre foto che lo ritrae mentre scruta l’orizzonte con ai piedi il cadavere di un ragazzo Selk’nam che impugna l’arco.

Era nato a Bucarest nel 1857, Julius Popper. Aveva studiato ed era diventato ingegnere a Parigi, poi aveva viaggiato ancora in Europa, a Mosca, sul lago Baikal, a Istanbul, quindi aveva deciso di attraversare l’oceano per raggiungere New Orleans, da dove aveva cominciato a scendere a sud, in Messico, a Cuba e in Brasile. Era infine divenuto argentino d'adozione e, naturalmente, non poteva non essere attratto dalle terre australi, dove divenne geografo, cercatore d’oro e sterminatore di indigeni.

La complessa relazione tra Popper e Drimys Winteri che Manns racconta è tuttavia molto più di una semplice e conflittuale storia d’amore. È piuttosto l’incontro violento e impossibile tra due mondi. Quello di un carnefice colto che aveva conosciuto poeti come Arthur Rimbaud e José Martí, per poi finire, in cerca di avventura, gloria e ricchezze, nelle ultime terre indigene prima dell’Antartide. E il mondo della cosmogonia e dell’agonia di un popolo, rappresentato in «Patagonia magica» da una donna, bella come la neve e veloce come la freccia, che sa apparire e scomparire mostrando infinita saggezza e poteri straordinari. Drimys Winteri domina diverse lingue europee e indigene, sa camminare sul fuoco, parla il linguaggio degli uccelli e quello dei delfini, ma è prigioniera del destino di persone che vivono nude, o avvolte da pelli di guanaco, cui non sarà permesso di lasciare tracce della propria esistenza: un popolo condannato a «desaparecer».

Patricio Manns racconta che Julius Popper e Drymis Winteri hanno realmente vissuto insieme per tre anni, ma nel libro il loro è un incontro fantastico e feroce, magico e introspettivo, un incontro che va ben al di là di una qualche realtà romanzata. Anche perché, in «Patagonia magica», come probabilmente nell’esistenza di Fresia Alessandri, il tentativo di costringere una vita trascorsa in luoghi tanto estremi nella miseria storica di un massacro genocida diventa impossibile. Allo stesso modo, è impossibile vedere un cuore in controluce o arginare la furia impazzita dei venti che spazzano la terra alla fine del mondo.
[M. C.]
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